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Muore Enzo Sellerio fotografo ed editore, uomo di cultura, esempio virtuoso per il sud e i giovani di oggi


E’ morto questa mattina a Palermo a causa di una crisi cardiaca l’editore Enzo Sellerio. Grande amante della fotografia, Sellerio aveva 88 anni e nel 1969, con la moglie Elvira Giorgianni e su ispirazione di Leonardo Sciascia, aveva fondato la casa editrice ‘Sellerio editore Palermo‘, una delle più importanti realtà editoriali italiane.

Nato a Palermo nel 1924, Enzo Sellerio si laureò in giurisprudenza a soli vent’anni. Nel 1947 la nomina ad assistente di istituzioni di diritto pubblico presso la Facoltà di Economia e Commercio della città natale, gli aprì la via verso quella che poteva essere una fulgida carriera universitaria ma, stimolato dagli ottimi primi risultati conseguiti nell’attività di fotografo e stimolato dall’amico pittore Bruno Caruso, nel 1952 abbandonò l’accademia e si dedicò completamente alla fotografia.

In quell’anno ad un concorso fotografico regionale vinse il primo premio di 50mila lire e le sue foto vennero pubblicate sulla rivista Sicilia. Da lì a poco il successo nazionale e poi internazionale. Gli anni 1967-’69 vedono il Sellerio fotografo-militante cedere repentinamente il passo all’editore, per andare incontro ad un trentennio di “silenzio” fotografico, ma solo per quanto concerne la creazione. Sellerio, infatti, ha continuato comunque ad essere una presenza determinante nell’ambiente siciliano, promuovendo giovani talenti attraverso la sua casa editrice, dove si occupò soprattutto delle pubblicazioni d’arte e fotografia e lasciando alla moglie Elvira la cura della narrativa. Nel 1983 la casa editrice fu scissa in due sezioni separate.


Sono editi da ‘Sellerio’ tutti i romanzi di Andrea Camilleri, che vedono protagonista il commissario Montalbano. Molti altri i grandi autori che si sono affidati all’editore palermitano per le loro pubblicazioni, tra i quali anche Carlo Lucarelli, Gianfranco Carofiglio e Luisa Adorno. Ma, come detto, la più grande passione di Enzo Sellerio era la fotografia.

Questa sua attività aveva come centro propulsore la Sicilia, i suoi colori, la sua storia e le sue contraddizioni. Le straduzze di Palermo ancora con i segni dei bombardamenti, i bambini della Kalsa con la pistola ricevuta in dono per la festa dei morti, il terremoto del Belice, i gruppetti di uomini in piazza a Gela, la Madonna portata a spalle per la processione del Venerdì Santo a Belmonte Mezzagno: sono solo alcuni dei lavori di Sellerio. Con immagini pubblicate negli anni su riviste come Il Mondo, Vogue, Fortune e Lige, nel 1955 Enzo Sellerio realizzò il primo reportage, “Borgo di Dio”, considerato uno dei capolavori della fotografia neorealista in Italia, che resta tra gli esiti più alti ed intensi dell’intera sua produzione. Attraverso questa serie fotografica, Sellerio documentò l’esistenza della comunità fondata dal sociologo e “animatore sociale” Danilo Dolci in una delle zone allora più depresse della Sicilia – coincidente con i paesi di Trappeto (nel 1952) e Partinico (due anni dopo), ambedue in provincia di Palermo – allo scopo di combattere, attraverso la via della nonviolenza e del coinvolgimento attivo dei soggetti, piaghe quali la mafia e la connivenza della classe politica, l’analfabetizzazione, la disoccupazione, il sottosviluppo, la precarietà dei diritti del lavoro, e non ultimo il fenomeno del banditismo. L’ultima mostra, ’Fermo immagine‘, risale al 2007. (Il Fatto Quotidiano)


Editore e fotoreporter, creò nel 1969 con Elvira Giorgianni la casa editrice che pubblica i romanzi di Camilleri.
È morto dopo una crisi cardiaca a Palermo l'editore e fotoreporter Enzo Sellerio. Aveva 88 anni. Nel 1969 con Elvira Giorgianni, la sua ex moglie scomparsa il 3 agosto del 2010, fondò la casa editrice che nel 1983 si è divisa in due distinte realtà: quella gestita da Sellerio si occupava soprattutto di cataloghi e libri d'arte e fotografici. Le prime esperienze professionali di Sellerio come fotoreporter risalgono al 1952. Aveva mostrato in numerose opere e mostre anche all'estero il volto autentico della Sicilia del dopoguerra.

CAMILLERI E LE MOSTRE - Sono editi da Sellerio tutti i romanzi di Andrea Camilleri che hanno come protagonista il commissario Montalbano. Ma la più grande passione di Enzo Sellerio era la fotografia. L'ultima mostra risale al 2007, «Fermo immagine». Lascia i figli Antonio ed Olivia. Padre italiano e madre russa, Sellerio entrò nel giro della fotografia che conta a 36 anni, un po' tardi dunque, ma dalla porta giusta perché le sue foto vennero pubblicate dalla sofisticata rivista zurighese di tendenza Du. Di Sellerio Vincenzo Consolo scrisse: «La sua fotografia, come ogni vera arte non è naturalistica, ma è allusiva e metaforica». Verso i quarant'anni si trasferì in America. Ma poi tornò presto in Sicilia dove, pur avendo girato il mondo, realizzò i servizi che lo hanno reso più celebre e ai quali teneva maggiormente. Documentò ad esempio l'esperienza di Danilo Dolci, raccontò attraverso le sue immagini i paesi dell'Etna e naturalmente Palermo. «Palermo è senza scheletro - raccontò in un'intervista -. Come faccia a camminare non lo so. In questo senso è un luogo miracolato. Se tornassi a fotografare, per divertimento farei un servizio sulla maledizione dei normanni. Guardi che cosa hanno combinato. A Monreale con due statue di bronzo alte quattro metri hanno rovinato il portico del Duomo. La sala Duca di Montalto a Palazzo dei Normanni (attuale sede del parlamento siciliano,) è un luogo che per come è stato restaurato sarà molto apprezzato dagli ortopedici perchè lì cadere è molto facile». (Corriere della Sera)

(Ansa) I suoi scatti sono nella storia della fotografia. Una passione che Enzo Sellerio 88 anni, scomparso oggi, ha coniugato con il 'mestiere' di editore. Porta infatti il suo nome l'azienda che era gestita dall'ex moglie Elvira, morta il 3 agosto 2010. Lui si dedicava parallelamente alla pubblicazione di libri d'arte e di immagini. Sellerio, padre italiano e madre russa, arriva nel giro della fotografia che conta a 36 anni. Un po' tardì come inizio anagrafico. Ma vi entra dalla porta giusta perché le sue foto vengono pubblicate dalla sofisticata rivista zurighese di tendenza Du. "Il mio nome su quel giornale mi ha aiutato", raccontava. E aggiungeva: "penso che un fotografo che sia realmente tale non può essere che uno scrittore che si esprime per immagini". E ancora: "è il collegamento tra la percezione e la memoria, quello che fa la differenza fra l'essere e il non essere fotografo, fra il guardare e il vedere. Di lui Vincenzo Consolo scrisse: "la fotografia di Sellerio, come ogni vera arte non è naturalistica, ma è allusiva e metaforica". Verso i quarant'anni si trasferisce in America. Ma poi ritorna presto in Sicilia dove, pur avendo girato il mondo, realizza i servizi che lo rendono più celebre e ai quali teneva maggiormente. Documenta ad esempio l'esperienza di Danilo Dolci, racconta attraverso le sue immagini i paesi dell'Etna e naturalmente Palermo. Celebri i suoi scatti. Come quei fotogrammi che ritraggono alcuni ragazzini del quartiere della Kalsa che giocano a formare un plotone di esecuzione fucilando per finta un loro coetaneo. O il vecchio curvo che porta il suo asinello a vedere la portaerei americana. O ancora gli emigranti in partenza dalla stazione ferroviaria. O il riposo del giovanissimo suonatore di tromba seduto su un gradino. Sellerio era anche critico nei confronti della città e delle brutture che a volte racchiudeva. "Palermo è senza scheletro. - aveva detto in un'intervista - Come faccia a camminare non lo so. In questo senso è un luogo miracolato. Se tornassi a fotografare, per divertimento farei un servizio sulla maledizione dei normanni. Guardi che cosa hanno combinato. A Monreale con due statue di bronzo alte quattro metri hanno rovinato il portico del duomo. La sala Duca di Montalto a Palazzo dei Normanni (attuale sede del parlamento siciliano,) è un luogo che per come è stato restaurato sarà molto apprezzato dagli ortopedici perché lì cadere è molto facile". Alla fotografia si dedica quando già era assistente all'università. Un incarico che tiene per poco tempo. Una perdita per l'Ateneo. Un acquisto per l'arte fotografica.

(AGI) - Palermo, 22 feb. - E' morto oggi a Palermo il fotografo ed editore Enzo Sellerio. Aveva 88 anni ed è stato stroncato da una crisi cardiaca. Aveva fondato la casa editrice che porta il suo nome nel 1969 assieme alla moglie Elvira Giorgianni, dalla quale si era poi separato e che aveva portato avanti l'attività fino alla sua scomparsa, il 3 agosto del 2010. Enzo Sellerio prima che editore è stato un fotografo di rilievo, che fin dal 1952 ha ritratto la Sicilia e i siciliani. La sua ultima mostra risale al 2007. Per Enzo Sellerio fotografia e scrittura erano due linguaggi che si inseguivano e si integravano. "Penso che un fotografo che sia realmente tale - disse una volta - non può essere che uno scrittore che si esprime per immagini". Così, considerò una missione raccontare in modo documentato e oltre le apparenze la realtà che attraversava. Entra nel mondo della fotografia a 36 anni.


Poi si trasferisce in America. Pochi anni e il ritorno, pronto a testimoniare la verità della Sicilia del dopoguerra, a immortalare le crude periferie di Palermo - di cui diceva "è una città senza scheletro, come faccia a camminare non lo so e in questo senso è un luogo miracolato" - a denunciare i mali provocati dai nemici della bellezza. Come l'antico quartiere della Kalsa, narrato attraverso le immagini di ragazzini che fingono di essere un plotone di esecuzione che fucila un coetaneo. Fu affascinato dall'indomita passione di Danilo Dolci, pacifista indignato che sognava soluzioni possibili per rimettere in piedi la Sicilia. Quell'Isola di cui Sellerio coglieva anche l'irruenza e la forza che proveniva persino dalla natura e dai paesaggi. Ecco, allora, gli angoli meno scontati della provincia palermitana o quegli squarci all'ombra dell'Etna. La percezione immediata era solo il primo stadio della sua ricerca. La fotografia di Sellerio, scrisse di lui Vincenzo Consolo, scrittore recentemente scomparso, "come ogni vera arte non è naturalistica, ma è allusiva e metaforica". E dire che Enzo Sellerio sembrava essere destinato altrove.
Figlio di un ordinario di Fisica e tecnica, dopo essersi lureato in giurisprudenza nel 1944, diventa assistente di Diritto pubblico alla facoltà di Economia e commercio di Palermo tre anni dopo. Ma scopre la fotografia e incoraggiato dal suo amico incisore e pittore Bruno Caruso, partecipa nel 1952 a un concorso fotografico regionale: vince il primo premio di 50 mila lire e nello stesso anno le sue foto vengono pubblicate sul quadrimestrale Sicilia. Nel 1955 il primo reportage "Borgo di Dio", considerato uno dei capolavori della fotografia neorealista in Italia che dà un volto all'esperienza di Danilo Dolci. Poi una serie di personali che lo affermano a livello nazionale e internazionale. Nel 1969, ispirato da un fitto dialogo con Leonardo Sciascia e Antonio Buttitta, fonda insieme alla moglie la Sellerio Editore, casa editrice che nel 1983 si è divisa in due, con Enzo Sellerio che si occupava soprattutto di cataloghi e libri d'arte e fotografici. L'altra 'anima' della casa editrice diede spazio anche agli scrittori moderni e contemporanei, come Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino e Andrea Camilleri. La sua ultima mostra risale al 2007, e il suo titolo sembra quasi una promessa di immortalità - "Fermo Immagine" - come lo è, in fondo, l'arte vera. (AGI).

L'isola che non c'era
Enzo Sellerio chiese perdono, un giorno, per la sua Sicilia così poco sicula. “Manca la lupara, ma anche la tonnara e la zolfara…”. Mancano i fichidindia, magari di cartapesta come quello che zu’ Natalì, fotografo palermitano di gran scorza, portava nel bagagliaio dell’auto per piazzarlo di fianco al cadavere del morto ammazzato di mafia, “perché senza ficodindia i giornali poi non mi comprano la foto”. Quella Sicilia da esportazione, da cartina delle arance o da romanzo criminale, Sellerio l’editore, Sellerio il fotografo, Sellerio l’intellettuale non la spacciò mai, né con le sue immagini, né con i suoi libri.

E non perché non vedesse le piaghe millenarie della sua terra o la violenza incistata nella sua città, al contrario, forse perché ne vedeva troppe. “Io non abito più a Palermo, io abito a casa mia”, diceva amareggiato, negli ultimi tempi, a chi lo passava a salutare al terzo piano di un palazzo né bello né brutto, un appartamento stracolmo di vetri dipinti, sua passione di collezionista, dove si era ritirato per “riciclare anche la mia vecchiaia”, e dove si è spento due giorni fa, per un attacco cardiaco, dopo 88 anni vissuti da “siciliano divergente”, nomade a Parigi, Londra, New York e in fondo anche a Palermo.

Una delusione temperata, colta, malinconica e saggia, da principe di Salina, è stata del resto la sua compagna di viaggio d’una vita. Le ideologie di gioventù sommerse dal realismo socialista, il rinascimento culturale siciliano assediato dal malaffare; e la stessa fotografia, passione mai rinnegata, però abbandonata bruscamente, salvo fulminei ritorni di fiamma, quando arrivò il ‘68 e con esso la percezione di una violenza incombente, di un cambio d’epoca. Quella violenza che gli ripugnava, che tentò di esorcizzare con una delle sue immagini più celebri, una fila di bambini della Kalsa che giocano al plotone d’esecuzione, assurta a icona negativa della Sicilia delle mattanze mafiose, per la disperazione del suo autore: “Avrei mai fotografato una fucilazione vera? Non credo proprio, registrai quella scena perché era soltanto un gioco, e il gioco è la forma in cui la vita dovrebbe esse vissuta”. Bambini, tanti bambini nelle foto di Sellerio.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo ricorda giustamente come un intellettuale a tutto tondo, “testimone e protagonista dei movimenti più innovativi della cultura siciliana”. Il mondo della cultura lo piange come un grande fotografo, e lo fu, per Il Mondo di Pannunzio come per Vogue o per Fortune, eppure, a ben guardare, fotografò per meno di tre decenni, quasi una deviazione nel suo lungo itinerario di animatore di intelligenze. Cominciò tardi, dopo i trent’anni, dopo la laurea, dopo l’inizio di una carriera da docente universitario di Diritto pubblico, insomma quando la sua vita procedeva già sui binari prescritti dalla sua condizione sociale, la borghesia colta e progressista palermitana. A deragliarlo, forse un po’ di sangue slavo nelle vene, quello della madre bielorussa Andres.

Fotografo quasi per caso, voleva invece scrivere: nel ‘47 aveva fondato una rivistina ambiziosa, Il Ciclope (nome profetico: anche la fotocamera ha un occhio solo). Spirito militante, nel ‘52 Paese Sera lo mandò a esplorare la Spagna franchista e lui, assieme ai reportage firmati per prudenza con lo pseudonimo Angelo Andrasi, mandò indietro qualche fotografia presa con una macchinetta turistica. Aveva un amico pittore, Bruno Caruso, a cui piacquero molto: lo costrinse a continuare a usare quello che Guttuso avrebbe definito “l’occhio filosofico”.

Sellerio aveva guardato bene Cartier-Bresson, che a sua volta lo apprezzerà molto, ma diluì il suo “momento decisivo” nel Mediterraneo indolente, nel suo carattere “procrastinatore e cavilloso” ma anche splendidamente umorista. Il suo primo reportage, però, fu anche la sua prima delusione: doveva essere il corredo fotografico del libro Banditi a Partinico di Danilo Dolci, fu rifiutato e uscì solo dopo alcuni anni, nel ‘55, su Cinema Nuovo di Aristarco, con il titolo “Borgo di Dio”: ma esplose come il capolavoro del neorealismo fotografico italiano. Nel ‘61 la rivista tedesca Du gli chiese un grande reportage su Palermo, e gli uscirono allora dalla Leica dei capolavori che fondevano surrealismo, lirismo e ironia. Fu la consacrazione internazionale, quella che gli fece girare il mondo, a frequentare e ritrarre Arthur Miller, Christo, Saul Steinberg, vivere per anni fra le grandi capitali, provare perfino – senza molta convinzione – a sperimentarsi fotografo di moda.

Fotografo artista? Lui correggeva “fotografo d’intelligenza”, con l’accento sulla seconda parola. Che alla fine pretese i suoi diritti. Fotografare, per Sellerio, era un gesto letterario: “Un fotografo è uno scrittore che si esprime per mezzo di immagini”. E la Sicilia è sempre stata terra di scrittori fotografi, Verga, Capuana, De Roberto. Sellerio si fece maestro di fotografi futuri (Ferdinando Scianna fra tutti) e salvatore degli archivi di fotografi passati, ma la fotografia come mestiere cominciava a logorarlo, fisicamente (quelle giornate intere sui ponteggi per documentare il duomo di Monreale le ricordava come un “mestiere da carpentiere”) e anche culturalmente: alternare reportage di strada e documentazione d’arte e architettura gli pareva come mescolare “tranches de vie e tranci di cassata”, e alla fine l’impresa di realizzare un libro sui castelli e i monasteri di Sicilia lo trascinò, incitato da Leonardo Sciascia e dal poeta Ignazio Buttitta, nell’avventura della casa editrice che porterà il suo nome: “la trappola che doveva allontanarmi dalla fotografia”.

Trappola per la fotografia, dono alla Sicilia. In casa dei Sellerio, Enzo e la moglie Elvira, vera anima e colonna portante della casa editrice (anche se lei, ironicamente, ricordava che, come donna, “il mio compito era servire i caffé”) si incontrarono per anni gli intellettuali che tentavano di “togliere il complesso di inferiorità” alla Sicilia, di restituire a Palermo la dignità di una città della cultura: Sciascia, Consolo, Bufalino, Renda, Scimé…

Le strade e le vite di Enzo ed Elvira com’è noto si separarono nell’83, a lui restò la tranche editoriale dedicata all’arte e una casa piena di oggetti e immagini, reperti di una Sicilia sperata e sognata e ancora irrealizzata, “un’isola tutta mia, per difendermi dalle brutture, dal consumismo, dal grigiore”. (dal blog "Fotocrazia" di Michele Smargiassi - Repubblica.it)

Le foto di Sellerio da la Repubblica Palermo.it 














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