Omaggio a Gabriele Basilico, un maestro della fotografia, che mercoledì 13 febbraio 2013 ci lasciò orfani

Basilico nato a Milano il 12 agosto 1944, moriva nel febbraio scorso all'età di 68 anni, dopo aver rappresentato un'eccellenza italiana nel campo della fotografia. Uno dei più noti fotografi italiani ha lavorato, nel corso della sua vita professionale, ha lavorato su diversi temi sempre legati a città e territori: da Milano a Beirut da Bolzano a Berlino; primo e unico italiano, partecipò, nel 1984, alla prestigiosa missione fotografica francese Datar.

Le mostre e i libri di Gabriele Basilico costituiscono sempre un importante momento di riflessione sulla fotografia di paesaggio. La sua ricerca che spazia ben al di là dei confini della mera fotografia documentaria, è, infatti, un punto di riferimento obbligato per quanti oggi si occupano di fotografia e di urbanistica.


Basilico inizia a fotografare nei primi anni ’70. Dopo la laurea in architettura (1973), si dedica con continuità alla documentazione della città e del paesaggio urbano. Il suo primo progetto fotografico è Milano ritratti di fabbriche 1978-80, ampio lavoro che ha come soggetto la periferia industriale milanese. Nel 1984-5 con il progetto Bord de mer partecipa, unico italiano, alla Mission Photographique de la DATAR, il grande mandato governativo affidato a un gruppo internazionale di fotografi con lo scopo di rappresentare la trasformazione del paesaggio francese. Nel 1991 partecipa alla mission su Beirut, città devastata dalla guerra civile durata 15 anni. Fino ad oggi Gabriele Basilico ha prodotto e partecipato a numerosissimi progetti di documentazione in Italia e all’estero, che hanno generato mostre e libri, tra i quali Porti di mare (1990), L’esperienza dei luoghi (1994), Sezioni del paesaggio Italiano (1998), Interrupted City (1999), Cityscapes (1999), Scattered City (2005), Intercity (2007). Tra gli ultimi impegni: Silicon Valley su incarico del San Francisco M.O.M.A., Roma 2007 realizzato per conto del Festival Internazionale di Fotografia 2008, e Mosca Verticale, progetto fotografico sul paesaggio urbano di Mosca, ripreso dalla sommità delle Sette Torri Staliniane.



In una recente intervista Basilico ha dichiarato: «E’ certo che io faccio fotografie in relazione al principio e all’esperienza estetica della “visione”. In questo senso io sono pienamente fotografo. Ma è anche vero che la fotografia, e non solo come linguaggio, è entrata da parecchio tempo, e a buon diritto, nel mondo dell’arte. Sono convinto però che un’unità della fotografia nel grande bacino della ricerca artistica è un’idea troppo riduttiva: una cosa è usare la fotografia come linguaggio per comunicare un’opera concepita in modo diverso (per esempio un’installazione), un’altra cosa è pensare «fotograficamente», interpretandola, la realtà». (vedi biografia)



Gabriele Basilico, è uno dei più noti fotografi documentaristi europei. Fotografa esclusivamente in bianco/nero e suoi campi d'azione privilegiati sono il paesaggio industriale e le aree urbane. I suoi studi di architettura lo avvicinano all'ambiente dell'editoria di settore per cui realizza, su commissione, un ampia serie di lavori. Ha al suo attivo ricerche sulle aree urbane, sul territorio, sull'architettura commissionate da privati ed enti pubblici. Nel 1984 il 1985 è stato invitato dal governo francese a far parte del gruppo di noti fotografi impegnati nella Mission Photographique de la DATAR a documentare le trasformazione del paesaggio transalpino. Ma il suo primo impegnativo lavoro risale al 1982 quando realizza un ampio reportage sulle aree industriali milanesi intitolato: Ritratti di fabbriche (Sugarco). A proposito di questo lavoro, Basilico ha dichiarato in seguito: "Ho sempre pensato che i miei "ritratti di fabbriche" nascessero dal bisogno di trovare un equilibrio tra un mandato sociale - che nessuno mi aveva dato, ma che era la conseguenza dell'ammirazione che io provavo per il lavoro dei grandi fotografi del passato - e la voglia di sperimentare un linguaggio nuovo, in grande libertà e senza condizionamenti ideologici".

Questo primo lavoro gli dà una notorietà immediata e nel giro di due anni si trova ad essere invitato insieme al gotha della fotografia internazionale alla Mission de la DATAR. Lavora a più riprese a questo progetto tra il 1984 il 1985 e il suo contributo a la Mission è esposto nella grande collettiva a Parigi nel Palais de Tokyo (1985). Seguono anni di intenso lavoro in cui si alternano commissioni pubbliche e ricerche sul territorio che sono state raccolte in libri "culto" come: Italia&France (Jaca Book), Bord de Mer (AR/GE Kunst), Porti di Mare (Art&), Paesaggi di Viaggi (AGF), Scambi (Peliti), L'esperienza dei luoghi (Art&) fino all'esperienza "sconvolgente" della serie realizzata nella martoriata Beirut (Basilico Beyrouth 1994). Nel completo e puntuale saggio introduttivo a "L'esperienza dei luoghi", Roberta Valtorta citando Perec (Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo). In questo saggio la Valtorta propone un parallelo tra la fotografia del paesaggio in Europa e negli Stati Uniti sottolineando che è proprio la "qualità" specifica dei territori ritratti dai fotografi a stelle e strisce a creare la differenza. Come spesso si è detto il fotografo USA sperimenta spesso un senso di solitudine davanti a soggetti vasti e spesso "vuoti" che non è solito sperimentare il fotografo europeo. Ma la stessa Valtorta fa un'affermazione poco più in là su cui è il caso di riflettere: "La fotografia di Basilico, insistente nel tempo e nel metodo quanto è necessario per diventare compiuta esperienza, percorre questo corpo (il corpo dello sviluppo industriale, dotato di vita e capace di di suscitare affetti in chi lo guarda) considerandone le parti o l'insieme sempre nel tentativo non tanto di osservarlo, ma di capirlo, talvolta perdonandone i limiti, i difetti, diremmo". Milano è la città di cui, più delle altre, Basilico ha realizzato un "ritratto collettivo" è stato il laboratorio in cui si è andato strutturando un metodo progettuale che in seguito è tornato ad usare "nelle altre città". Sfogliando i suoi lavori si incontrano immagini che la Valtorta definisce "metafisiche", in cui regna una sensazione di tempo sospeso alternate a visioni più "disinvolte" in cui irrompono quei "fili" la cui presenza è stata sempre mal tollerata dai foto-puristi. Mentre Ghirri usa l'arma dell'ironia, Basilico "tenta romanticamente l'impresa di rappresentare il mondo, abbraccia il mondo della fotografia".
Basilico, nelle sue vedute, recupera una "lentezza dello sguardo" che gli permette di cogliere i minimi particolari, propone una "contemplazione" che, attraverso la sua perizia tecnica, ci permette di collocarci al limite superiore della capacità percettiva del reale ("più di questo non si può vedere!) Alla sua ricerca dei momenti di difficoltà del territorio, nella prospettiva, in via di affermazione, del concetto di non luogo, in un momento di rapida transizione ad equilibri globali diversi, si colloca Beirut in cui il sentimento dominante è la "malinconia" Una percezione del "globale" che è anche alla base di uno dei più recenti libri fotografici di Basilico intitolato "Nelle altre città" (1997) in cui l'autore afferma che: "Riflettendo a posteriori su tutti i miei viaggi, su questi passaggi urbani, questo andar per luoghi, mi sembra che una condizione costante sia stata l'attesa di ritrovare corrispondenze ed analogie. La disposizione affettiva che guidava, oggi lo so bene, i miei spostamenti e la mia curiosità, mi portava e mi porta a eliminare le barriere geografiche: questo non significa che tutte le città debbano forzatamente assomigliarsi, ma significa che in tutte le città ci sono presenze, più o meno visibili, che si manifestano per chi le vuole vedere, presenze famigliari che consentono di affrontare lo smarrimento di fronte al nuovo". Nel concludere queste brevi note mi sembra opportuno segnalare all'interno del libro della Electa "Architetture d'acqua per la bonifica e l'irrigazione" un godibilissimo "diario" realizzato durante i sopralluoghi e le "location" del lavoro su commissione della OsservaTer Ne viene fuori un'immagine dell'uomo Basilico per molti versi inattesa e, per quanto mi riguarda corroborante le mie positive sensazioni registrate durante un incontro pubblico nel Circolo "la Gondola" a Venezia. La Baldini&Castoldi ha dato alle stampe in questi giorni un libro che contiene il risultato di un esplorazione urbana durata quasi tre mesi che ha avuto come soggetto la città di Berlino. Le architetture della Berlino ricostruita dalle migliori firme dell'architettura internazionale, si può leggere in questo nuovo libro di Gabriele Basilico un "insolito" album di dimensioni ridotte(24x16 cm.). E' l'autore stesso a precisare il senso di questo come di tante altre sue esplorazioni dell'ambiente urbano: "la città è il teatro dove si svolge il ritmo dell'identità urbana". (fotologie.it)



Gabriele Basilico, la poesia del misuratore di spazi


Il grande fotografo si è spento a Milano a 69 anni.
Ha raccontato come nessun altro le realtà urbane

«Poi sono rimasto lì come un comandante che guarda la battaglia o un bambino che si stupisce»: così Gabriele Basilico poche settimane fa mi ha raccontato l’emozione della fotografia ideale, lui che era architetto, che si considerava un misuratore di spazi, che scattava quando sulla scena non c’era presenza umana. Ma di passione era pieno, la concentrava nello studio, nei dettagli, nella contemplazione.  

Uno dei più grandi fotografi italiani da ieri non c’è più, non aveva nemmeno settant’anni, era nato nel 1944 nel centro di Milano e in Piazza del Duomo aveva imparato le regole degli spazi che avrebbero segnato la sua vita. «Mi ci portava sempre la nonna e io mi sentivo piccolissimo in quello spazio infinito, di fronte alla grandezza della cattedrale provavo un misto di paura e di ebbrezza».  

La macchina fotografica la incontrò nel Sessantotto: «Avevo frequentato regolarmente i primi tre anni di architettura, poi mi ero dimenticato di fare il rinvio e così ero finito a fare il militare a Torino, fante alla caserma Cavour, comandante un uomo che si sarebbe fatto notare poi nei servizi segreti: Gianadelio Maletti. C’era un clima insopportabile ma quando mi congedai fuori il mondo era completamente cambiato.  

All’Università non si disegnava più perché sui tavoli ci si sedeva, erano scomparse le attività grafiche e tecniche e si facevano continue manifestazioni. Mi trovai con una macchina fotografica in mano e pensai che quello poteva essere il mio modo di testimoniare e partecipare al cambiamento, ma i cortei mi stufarono in fretta. La fotografia però mi piaceva sempre di più, cominciai a specializzarmi in edifici, interni, design e presto mi resi conto che potevo guadagnare di più così che facendo i disegni negli studi di architettura».  

Così aprì uno studio in via Brera e la sua tecnica cominciò a formarsi per trovare la sua dimensione la domenica di Pasqua del 1978 quando cominciò a catalogare le aree dismesse di Milano: «Sono partito dal Vigentino per descrivere una periferia industriale abbandonata e senza storia che attraverso la fotografia acquistava dignità estetica». I suoi riferimenti sono Bernd e Hilla Becher, promotori della scuola di Dusseldorf, con le loro immagini in bianco e nero di manufatti e archeologia industriale. Così comincia a girare le periferie in motorino e a lavorare sullo spazio. Ma non mancano le incursioni nel tremendamente umano, come la Festa al Parco Lambro o un libro sui dancing: «I nuovi templi del ballo, in stile Las Vegas, che fiorirono tra Piacenza e Rimini sul finire degli Anni Settanta».  

Da quel momento però diventa il grande fotografo dello spazio urbano, spazio metafisico alla De Chirico (o «alla Sironi che almeno è milanese»), una capacità di vedere che culminerà a Beirut nel 1991, quando testimonia gli effetti della guerra civile: «Era tutto abbandonato, completamente silenzioso, mi muovevo tra le macerie e non riuscivo a trovare un modo di fotografare, non sapevo da dove cominciare in mezzo a tutta quella distruzione. Poi uno scrittore che mi accompagnava mi portò sulla terrazza dell’hotel Hilton e mi disse: “Cosa vedi?”. “Una città distrutta”, risposi. “Guarda meglio, ancora più lontano”. Sullo sfondo c’era del fumo, dei panni stesi, cose vive. Allora mi disse: “Non è una città morta ma ferita, ancora viva, scendi e fotografa questo. Da quel momento sono entrato in una vertigine e ho fatto seicento foto di grande formato in un mese». 

«Che fotografo sono? Sono un misuratore di spazi: arrivo in un luogo e mi sposto come un rabdomante alla ricerca del punto di vista. Cammino avanti e indietro, la cosa importante è cercare la misura giusta tra me, l’occhio e lo spazio. L’azione fondamentale è lo sguardo, la foto è la memoria tecnica fissata di questo sguardo. ma c’è bisogno di tempo, la foto d’eccellenza è contemplativa». 



La sua foto ideale Gabriele Basilico l’ha scattata nel 1985 a Le Tréport, in Alta Normandia: «Dall’alto della collina abbracciavo il Paese con le case antiche e gli edifici industriali, il porto, il mare, le barche, la terra e le nuvole che volavano velocissime. Tutto era davanti a me, reso ancora più potente dal vento fortissimo che stava rendendo il paesaggio una cosa viva, c’era un cielo alla Vermeer o come quelli che avevo ammirato nelle vedute di Dresda di Bernardo Bellotto: dovevo solo scattare. Volevo un’immagine incisa, con una solidità materica ben visibile, così avevo bisogno di un tempo di posa lungo, ma il cavalletto volava via e tutto si agitava. Allora ci siamo tolti le giacche a vento, abbiamo improvvisato una vela di protezione e finalmente ce l’ho fatta». È la foto che aveva nel suo studio, a ricordargli i momenti in cui si tocca la vetta. 


Era malato da tempo Gabriele Basilico, ma all’inizio di gennaio quando mi ha raccontato per un intero pomeriggio la sua vita non era in vena di bilanci amari, la sua passione era intatta e feconda. Gli ho chiesto cosa gli sarebbe piaciuto fotografare ancora, è rimasto un po’ in silenzio e poi si è aperto in un sorriso: «I porti. Tutte le città del mondo sono ormai fotografate e allora vorrei ricominciare dai porti. Sono i luoghi in cui la natura e l’architettura si integrano e si contrastano: ci sono le mie strutture industriali, ma non su uno sfondo piatto, ma sul mare e sul cielo. Questa è la perfezione». (MARIO CALABRESI - lastampa.it)
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