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Periferie al Centro in cerca di nuovi equilibri



Tra campagna e città, due mondi in cerca di nuovi equilibri, c’è un terzo mondo, la periferia, spartiacque ma anche ponte e luogo intermedio, sicuramente visivamente, meno dialogicamente, ago di una bilancia sui cui piatti, più o meno sbilanciate, la città e la campagna.


Periferia dal vocabolario Treccani [dal latino tardo peripherīa «circonferenza», greco εριϕέρεια, derivato di περιϕέρω «portare intorno, girare»] 1. significato non comune: Contorno, bordo, orlo circolare: i raggi dai vari punti della periferia di una ruota vanno tutti a riunirsi nel di lei centro (Leopardi). 2. estensione: La parte estrema e più marginale, contrapposta al centro, di uno spazio fisico o di un territorio più o meno ampio: la periferia di un continente, di una regione, di un’isola, di una catena montuosa. Da quanto esposto dal vocabolario, si evince immediatamente da dove deriva l’accezione negativa che si dà al termine periferia, il significato di emarginazione, il ruolo di sottomissione ghettizzante; mai autonoma, mai soggetto ma oggetto, sempre in stato di abbandono e degrado.

Già nel Medioevo, in Italia, l’età dei Comuni vide nascere centri urbanizzati dal popolo e dai contadini attorno al centro di potere (politico castello e spirituale cattedrale) che, circondati dalle mura, realizzarono un’area urbanizzata separata seppur limitrofa alle campagne, vissuta come vasi comunicanti.
In epoca moderna le grandi città, si sono circondate di periferie costituite di baraccopoli di sfollati e immigrati in cerca di fortuna, come ci racconta il neorealismo cinematografico, dove la necessità di sostentamento manteneva l’abitudine a coltivare orti di prossimità; immediatamente dopo, i piani di ricostruzione ed edilizia popolare, cambiano l’urbanististica e la struttura sociale con la costruzione intensiva di palazzi popolari che sorgono accanto alle baracche e agli orti che, via via, fagocitano, separando la città dalla campagna che, spinta alla deriva, diventa periferia essa stessa.



Quindi, ogni città, piccola o grande, finanche i borghi, ogni nucleo abitato ha la sua periferia che ha come caratteristica, di essere limitrofa alla città e alla campagna, diventandone l’anello di congiunzione, il diaframma attraverso il quale il territorio respira, inspirando ed espirando identità materiali ed immateriali, genius loci, luoghi e non luoghi.

Dunque, le periferie non più viste e vissute come zone lontane ed emarginate da un centro, ma come zone vive intermedie, viste e raccontate dalla campagna; riposizionando e riconsiderando l’area periferica come soggetto autonomo che dialoga alla pari con i centri urbani e con le limitrofe aree rurali.

Nel mondo attuale nel quale si stanno riconsiderando scelte, ridimensionando e ridefinendo ruoli, anche le periferie, nate come trincee dalle quali partire all'assalto della città, spesso fonte di frustrazione e sconfitta, oggi possono trovare il proprio riscatto ri-orientando lo sguardo verso la campagna alle proprie spalle.

La @ può essere simbolo di una periferia aperta 2.0, ma con un centro chiuso, caratteristica del mio progetto fotografico etico ed estetico, Periferie al Centro, che vuole capovolgere la visione, raccontando e facendo conoscere le periferie e il loro rapporto tra città e campagna in una nuova chiave di lettura. Un punto di vista diverso da quello del sistema politico-economico devastante che usa le periferie perseguendo un circolo vizioso in cui, nelle grandi città l’inurbamento e la cementificazione si rincorrono intensive, divenendo limbo e purgatorio dai quali, l’immigrato dai paesi e dalle aree rurali, tenta di affrancarsi accedendo e aspirando ad una vana terra promessa; oppure, nei centri più piccoli, le aree periferiche sono le prime a spopolarsi assieme alle aree agricole limitrofe, in una desertificazione progressiva.


"... nell'indifferenza della politica e dell'architettura colta, un pulviscolo di manufatti solitari ha letteralmente invaso il nostro territorio, spargendosi lungo le strade e i bordi delle città compatta, unendo centri urbani un tempo distinti, arrampicandosi lungo i declivi e arrivando a lambire il mare e i fiumi".

Questo scriveva l'Architetto Stefano Boeri, nel testo di presentazione al progetto "Sezioni del paesaggio italiano" realizzato assieme al fotografo Gabriele Basilico, per la Biennale di Venezia del 1996 - VI Mostra Internazionale di Architettura.


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