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Epopea tragicomica di un sequestro subito dall'efficienza dell'Alta Velocità


Dalla sua apparizione in Italia, ho sempre osteggiato l'Alta Velocità nelle ferrovie italiane, come filosofia contraria all'identità italiana, oltre che del treno, della lentezza come stile di vita.
Ma ieri, mio malgrado, ne ho avuto la conferma, scontrandomi con la pretesa di una filosofia di "modernità" fredda, efficiente, disumanizzata, che dimostra, come, l'adeguamento dell'uomo alla macchina, lo rende macchina non ragionante.
Il fatto.
Accompagno mia figlia Giovanna con le nipotine Sara di 6 anni ed Elsa di 5 mesi, alla stazione Tiburtina di Roma, per il treno ITALO 9992 per Verona che parte alle 13,25.

Come mia abitudine, da viaggiatore lento, cercando di educare le giovani generazioni all'uso del treno, del suo mondo e dei suoi tempi, li faccio arrivare in stazione con un'ora di anticipo, in tempo per trovare il binario 6 e posizionarci sulla banchina giusto all'altezza del loro vagone 11; ad evitare corse trafelate intralciate e intralciando gli altri viaggiatori.
Il treno arriva puntuale dalla vicina stazione Termini e, nonostante il grande afflusso di viaggiatori, è costretto dalla sua efficienza, a rispettare i tempi di arrivo e ripartenza, praticamente coincidenti.
Io da vecchio viaggiatore gentiluomo lento e cortese, dovendo far salire figlia e nipotine con carrozzina e 3 valigie, per non intralciare e innervosire gli altri viaggiatori già provati dai 35° di calura estiva, faccio passare avanti almeno le signore; poi aiuto mia figlia e salgo sulla piattaforma fino al vano bagagli; il tempo di sistemare le valigie e gridare "permesso devo scendere", alle persone che bloccano l'uscita, pressate dalla ragazza di ITALO che, ancora sui gradini, mi risponde "non può, ormai si stanno chiudendo le porte"

Niente paura, basterà che raggiunga la carrozza 8 dove troverò il capotreno che mi risolverà il problema: biglietto J6TMFM con arrivo a Firenze Santa Maria Novella ore 14:46, carrozza 7 posto 55 Smart (carinamente, il capotreno mi concede di fare il viaggio in carrozza 11 con figlia e nipoti, in piedi) - RITORNO ItaloTreno 9983, carrozza 8 posto 25 smart, con partenza da Firenze Santa Maria Novella alle ore 15:13 e arrivo a Roma Tiburtina alle ore 16:33. 

Il giovane capotreno, originario della Sicilia, naturalmente, spiegando/imponendo le sue/aziendali ragioni, come un talebano, tenta di convincermi dei miei torti e delle sue ragioni. Alle mie argomentazioni sull'assurdità dell'alta velocità a discapito del resto della rete capillare, dei 10.000 km di ferrovie soppresse, che non si cresce a discapito della soppressione e abbandono del resto delle ferrovie, dell'inutile correre da un punto all'altro, immersi nei telefonini nei tablet e portatili, incapaci di vivere l'ora e adesso dentro e fuori dai finestrini, mi oppone la necessità della modernizzazione.
Quando, alle difficoltà di linea telefonica, dobbiamo ripetere più volte l'operazione di pagamento online, io gli dico che la forza della mia lentezza di viaggiatore nella vita, mi permette di accettare on pazienza, imprevisti e assurdità come quella alla quale mi stanno obbligando, naturalmente, mi risponde il solito ritornello: "beato lei che può", al quale rispondo, "la vita ha i suoi tempi, sta a noi goderceli o soccombere" e deve ringraziare questa mia filosofia e la mia educazione per la mia comprensione.
Sarà un caso che il logo di ITALO è la lepre e il mio la tartaruga?

Vengo sequestrato per 3 ore, obbligato a saltare il pranzo, redarguito per non aver rispettato le loro regole, per punizione obbligato al pagamento di un riscatto di € 63, e arrivato a Firenze, a risalire sul primo treno per Roma, cortesemente offerto dalla società Italo.

A dispetto dell'efficienza, per la cronaca, a Firenze il treno sarà costretto ad una sosta prolungata per clandestini a bordo e arriverà al capolinea di Verona, con 20 minuti di ritardo. 

Morale della favola, come dico sempre, la troppa efficienza diventa deficienza, e, causa l'alta velocità, nella vita l'uomo viene travolto.
Ho rimpianto, non solo i mie treni minori, ma quel treno in Albania, che i macchinisti fermarono in piena campagna per offrirmi il caffè nella casa di un amico.
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