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Amatrice addio ad una persona amata

Penso ad Amatrice che fu mentre fumo la pipa che mi donò un anziano amatriciano cui la raccolsi mentre salivo sulla corriera dell'Acotral che mi riportava a Roma dopo una delle mie visite ad Anna una mia amica carissima.
Per chi come me si dedica a raccontare la sua Italia minore con la M maiuscola, la morte di Amatrice come fu per L'Aquila, è equiparabile alla morte di una persona cara.
I luoghi dell'anima hanno anima essi stessi, un anima emozionale costituita dalla sua collocazione nell'ambito del suo paesaggio, identità materiale e immateriale. I luoghi come le persone, sono frutto di tutti coloro che li hanno fatti nascere e crescere, curati, amati.
La morte di un luogo equivale alla morte di una persona cara, della mamma, lasciandoci soli, con un vuoto incolmabile, in preda allo sconforto e all'incredulità.
Tutto ha una fine: persone, cose, affetti, emozioni.
Tutto muore, fuori e dentro di noi, prima di noi, con noi, e dopo di noi.
Tutto muore sempre all'improvviso, arrivando come un ladro, come Gesù disse ai suoi discepoli: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.» Questa è la risposta a chi si chiede dov'è Dio in questi momenti; è proprio lì a raccoglierci ed accoglierci.
Il vero problema è per chi rimane senza l'amata.
Ciao amica cara.
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