Post in evidenza

Appunti fotografici di viaggio fra storie di architetture e città


Credo che, prima di raccontare fotograficamente un luogo o un territorio, sia interessante ricorrere alla lettura di scritti e soprattutto a narrazioni, che sono in grado di evocare, descrivere e reinventare un luogo, facendo sorgere l’esigenza di dargli concretezza visiva attraverso le immagini. La capacità analitica della scrittura approfondisce e dilata il tempo della percezione e dell’immaginazione, ma necessita di tempo e pazienza per leggerla; al contrario, il valore simbolico e stratificato, unito al linguaggio immediato della fotografia ha la capacità di una decodifica veloce per meglio comprenderne il messaggio. 
Quindi se le immagini parlano e raccontano, è pur vero che nella mia formazione, oltre la cultura artistica, hanno contribuito, ispirato e confermato la mia idea di narrare l’Italia Minore con la M maiuscola, tra gli altri, scrittori come Paolo Rumiz con la “Leggenda dei Monti Naviganti”, Wolfang Goethe Guido Ceronetti e Guido Piovene con i loro “Viaggi in Italia”, o Gianni Celati (leggete quest’intervento illuminante “di cosa si parla quando si parla di paesaggi’”), che con la sua minuziosa descrizione di percorsi minori in luoghi anonimi della pianura emiliana, ha rappresentato non solo un ritratto topografico, antropologico e sociologico delle realtà conosciute, ma anche una visione poetica che aiuta a interpretare un mondo spesso misterioso e, in fondo, reiterato nell’arco dei secoli, prima e dopo di lui da altri scrittori.

Come descrivere il modo compulsivo, con cui mi avvicino alla realizzazione di un lavoro: una costante, evento ricorrente, una condizione, un rito. Lo stato d’animo che racconta il mio modo di arrivare a scattare, è il mio stato di fibrillazione per l’ignoto e la preparazione delle attrezzature, prima di partire, che poi, giunto sul posto, continua e si trasforma in una fase psicologicamente più intensa durante i sopralluoghi per le riprese, quando si rincorrono domande: da dove cominciare, cosa vedere, cosa scegliere, come limitare le aree e i soggetti da fotografare, con quale metodo e come stabilirne i confini? La zona industriale e la periferia saranno interessanti? Anche se il centro storico e i monumenti in questo primo stadio della ricerca mi interessano meno, non posso escluderli dal sopralluogo, altrimenti come capire questa nuova città?

Le città e i territori sono come un libro che bisogna sfogliare e leggere pagina dopo pagina, per intero; diversamente si rischia di non afferrarne il senso. E se è vero, che la città è come un grande corpo dilatato, incommensurabile, per capirci qualcosa bisogna avere pazienza e darsi tempo per capirlo, farlo proprio e restituirne l’anima.

E’ evidente che ci sia differenza tra un luogo e l’altro: non tutto è sempre fotografabile o rappresentabile come si vorrebbe; sono convinto che l’esperienza del luogo fatta attraverso la visione, l’empatia e la relativa azione fotografica, possano diventare importanti almeno quanto il soggetto ripreso. 
A questo proposito, il famoso architetto Aldo Rossi, ebbe a scrivere una considerazione ampiamente sottoscrivibile: «Ogni luogo è certamente singolare proprio nella misura in cui possiede sterminate affinità o analogie con altri luoghi; anche il concetto di identità e quindi di straniero è relativo. Ho sempre affermato che i luoghi sono più forti delle persone, la scena fissa è più forte della vicenda. Questa è la base teorica non della mia architettura, ma dell’architettura. Credo che il luogo e il tempo siano la prima condizione dell’architettura e quindi la più difficile».

Per prima cosa, come sempre, prima ancora di partire, vado su Google map alternando la mappa con l’immagine satellitare 2D e 3D, per prendere confidenza con l’area del soggetto da fotografare. Poi mi procuro una carta, le guide, le mappe colorate, a diverse scale di ingrandimento. Bisogna leggere la forma della città, verificare i suoi percorsi urbani, ma arrivato finalmente sul luogo, relativamente preparato in teoria e in astratto, la realtà è sempre un’altra cosa, perché  tridimensionale con le sue luci e ombre, immersa nei suoni negli odori e nella luce. Così in me si mette in moto, in modo quasi automatico, uno dei processi propri di questo tipo di fotografia, la “misurazione” visiva; la scelta del punto di vista è fondamentale. Da quel punto si proietta, cioè si misura, ci si sposta e decentra, avvicinandosi o allontanandosi dal soggetto. L’esercizio del guardare scorre su binari virtuali, in tutte le direzioni, come su un tavolo da disegno, alla ricerca di una configurazione spaziale. Liberare la percezione, provocare il dialogo possibile con lo spazio, l’architettura, la città; e, nel silenzio, vedere con l’occhio della mente ciò che andrò a registrare. Passando dallo sguardo allo schermo della macchina fotografica, ridefinire in modo soggettivo e speculare il senso di ciò che appare: scattare la fotografia.
-

 
0