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Roma: a Trastevere la lunga storia dell’osteria Checco er Carrettiere


Checco er Carrettiere è un’osteria, oggi anche ristorante trasteverino tra i più antichi; la mappa di Google così recita: ristorante romano con pesce di paranza, ma qui è di casa tutta la cucina romana classica. 
E’ posto proprio alle spalle del fontanone dell’Acqua Paola che prospetta su piazza Trilussa, dove si trova il busto bronzeo del famoso poeta romanesco e dirimpetto a ponte Sisto; un luogo molto pittoresco.
La via Benedetta, in cui affaccia, ha inizio dalla graziosa piazza San Giovanni della Malva.


Agli inizi della seconda metà dell'800, quando il Tevere non era stato ancora soffocato dai muraglioni, il carrettiere a vino Giuseppe Pedoni, soprannominato "er Burino" perché non aveva un "pedigree" tutto romano, aprì, al numero 13 di Via Benedetta, a due passi da ponte Sisto, la bettola che, un giorno, sarebbe diventata la famosa osteria romana "Checco er carettiere". 
L'osteria disponeva di uno stanzone, in fondo al quale c'era il fornello e l'acquaio, e di un cortile interno (ancora presente). 
C'era anche la cantina, ma per andarci bisognava uscire sulla strada perché non comunicava con l'osteria. 

La clientela abituale era gente del luogo fra la quale prevalevano carrettieri, vetturini, macellai e ciabattini, ma la sera il locale si popolava di sfaccendati, bulli, paini e donnine allegre. 
Si giocava a carte, a morra, alla passatella e spesso si finiva alle mani e si tirava di coltello. 
Alla fine dell'800, Giuseppe Pedoni si ritira dal commercio e gli succede un altro carrettiere a vino, Andrea Giannini, durante la cui gestione l'osteria si arricchì di una cucina perché le nuove leve di avventori volevano, oltre che bere, anche mangiare. 
E sembra che si mangiasse bene. 
La clientela era soddisfatta e aumentava sempre, tanto che Orazio Neri e la moglie Ines, successori di Giannini, ritennero opportuno prendere in affitto, altri due locali adiacenti all'osteria. 
Gli affari, però, non continuarono ad andare bene, e l'osteria cominciò ad attraversare un periodo di decadenza, durante il quale avvennero diversi passaggi di proprietà. 
Ne era proprietario Arcangelo Zoppi il quale, pochi mesi dopo averla comprata, per seimila lire, dal macellaio Romoletto De Biagio, che la vendette a Francesco Porcelli che, negli ultimi tempi, l'aveva tenuta in gestione.

L'osteria di Checco, come si può leggere sul sito (www.checcoercarettiere.it) nasce nel 1935, quando Francesco Porcelli e Diomira Porcelli rilevano l'osteria "Der Burino", in via Benedetta 13
Francesco Porcelli, detto Checco, abitava con la sua famiglia, la moglie, Diomira, e i figli (fra i quali Filippo, detto Pippo che ne fu proprietario) al numero 12 di Via Benedetta, faceva il carrettiere a vino e aveva tre carretti, due cavalli e due muli che alloggiavano in una stalla al vicino Vicolo del Piede. 
Non fa in tempo il sor Checco, a rimettere in ordine l'osteria, che scoppia la guerra e le cose si rimettono a male. 
Si vende solo il vino e, a volte, non c'è neanche quello, e l'osteria rimane chiusa. 
Di tanto in tanto, però, quando si trovano, alla borsa nera, un pò di generi alimentari, è la volta che la sora Diomira accende il fuoco e si dedica alla cucina che è la sua passione. 
Con l'arrivo degli Alleati a Roma, i fornelli ricominciano a funzionare e dalla cucina sfilano fumanti piatti di rigatoni con la pagliata (o pajata detta alla romana) e di fagioli con le cotiche. 
Il vino non manca, e Pippo Porcelli, compiuti i diciotto anni, si mette a viaggiare, come il padre, con il carretto a vino, da Roma ai Castelli, e viceversa, per poi dare una mano, in cucina alla madre. 
Nel 1949, carretti, cavalli e muli vengono venduti e sostituiti dal camion con il quale Pippo continuerà a trasportare i barili di vino senza mai disertare, però, le lezioni di cucina che la madre gli impartirà fino al 1955, anno in cui la sora Diomira muore facendo appena in tempo a vedere l'insegna luminosa di "Checco er carettiere" al posto della vecchia tabella di "Osteria". 
Intanto, a Trastevere, sin dalla fine degli anni ‘40, era scoppiato il "boom" dei locali tipici, favorito dalla "élite" romana che andava a riscoprire la Roma antica, il quartiere popolare, la trattoria dove si cucinava la pagliata, la coda, la trippa, lo stufatino, il baccalà, le cotiche. 
E l'osteria di Checco Porcelli che, nella zona, era fra le più quotate per codesto genere di piatti, aveva cominciato l'ascesa alle vette della ristorazione trasteverina, come stanno a testimoniare le migliaia di fotografie che ne costellano le pareti. 
Gente nota e meno nota ma tutta sorridente come quella che ha mangiato e bevuto bene. 
Citando alla rinfusa e molto parzialmente: c'è Trilussa attorniato da uno stuolo di romanisti, c'è un onorevole Andreotti giovane, gli onorevoli di ogni partito e di tutto l’arco parlamentare: Fanfani, Pella, Scelba, Folchi, Zaccagnini, Darida (sindaco di Roma), Longo; ci sono attori italiani e stranieri, tra cui Fabrizi, Sofia Loren, Henry Fonda, Del Pelo, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Robert Mitchum, De Niro, e gente di cinema come il regista Sergio Leone ed Ennio Morricone; e ancora, Romolo Balzani, l’autore di tante belle canzoni romane come "L'eco der core" e "Barcarolo Romano", il sarto parigino Balmain, Marta Torens, i pugili Cassius Clay e Proietti, e tantissimi altri. 

Nel 1968 l'osteria si trasferisce in locali più vasti accanto a quelli primitivi e si rinnova, pur senza perdere, però, il suo originario carattere di osteria romana che conserva ancora oggi.
Un piccolo antingresso, dove si trova una colonna antica incastonata nel muro accanto alla quale una lapide riporta, l’incipit della lunga storia che continua ancora oggi una scritta in caratteri maiuscoli rossi, simil Roma antica, che sembra un vero biglietto da visita scolpito su pietra:

CHI ERA CHECCO?!
N’ CARRETTIERE A VINO;
GREVE E MASSICCIO
E IN PIU’ BON POPOLANO
CHE SE VANTAVA A DI’:
_ IO SO’ ROMANO! ...
E ... POI ... PE’ GIUNTA
SO’ ... TRASTEVERINO !!

Poi varcata la porta a vetri, in sosta all'ingresso, dà il benvenuto un piccolo carro a vino con il "secchione", la "furcina" e i barilotti.
Il ristorante dall’aspetto caldo e accogliente, dato dal soffitto e pareti rivestiti con legno di rovere, si articola in una gran sala con un soppalco e due sale più piccole; diplomi di benemerenza, bandi della Repubblica Romana e alcuni affreschi appesi ai muri laddove le foto lasciano un pò di spazio; trecce d’aglio pendenti dal soffitto; e una tavoletta agganciata ad un bilancino che assicura: "Hic manebimus optime". 
Coadiuvato dalla moglie, dal figlio e da una squadretta di addetti ai lavori, Pippo Porcelli che, nel 1955 sostituì la madre in cucina e, nel 1961, dopo la morte del padre, divenne il titolare dell'osteria, restando fedele agli insegnamenti dei genitori e alla cucina tradizionale romana: è lui che fa la spesa, lui a stabilire il menù del giorno, lui a ricevere la clientela con la quale spesso si intrattiene a bere un bicchiere di vino. 
Orgoglioso del padre che, una volta preferì perdere Trilussa come cliente, anziché togliere certi bicchieri sui quali aveva fatto stampare a colori il carretto a vino, e la cui eliminazione Trilussa aveva posto come condizione per continuare a frequentare il locale assieme ai Romanisti; Pippo ha sempre amato raccontare l'episodio, pavoneggiandosi come se fosse stato lui il protagonista, raccontandola così: Trilussa, quando vide quei bicchieri disse a mio padre: "Checco, ma che d'è sta schifezza? Levali di mezzo sennò nun vengo più"; e mi padre: "Maestro fa come te pare". 
E Trilussa andò via portandosi appresso i Romanisti.
Dopo un paio di settimane, una sera, Trilussa si fermò con la botticella davanti al locale; scese er vetturino e chiamò mi padre, dice: "Checco porta mezzo litro che c'è er maestro". 
Mio padre glielo portò ma gli portò pure il bicchiere col caretto; Trilussa guardò mi’ padre e gli fece: "Checco ti stimo. E sai perché ti stimo? Perché sei un omo". 

Nel 1961 muore Checco ed il figlio Filippo, detto "Pippo", prende in mano l'attività: anche lui come il padre ha fatto molta gavetta da "Carettiere". 
Le cose vanno bene e nel 1968, a causa dell’aumento della clientela del ristorante, Pippo rileva il locale a fianco della vecchia osteria, a via Benedetta 10.

Alla morte di Pippo, l'Osteria rimane chiusa fino al 2005, anno in cui le eredi di Checco e di Pippo restaurano i locali per dar vita ad un vecchio progetto di famiglia, che era quello di proporre la cucina  di qualità per tutte le tasche.
Se si è mangiato almeno una volta al ristorante di Checco er Carettiere si sa che sarebbe bello e buono poter mangiare così a pranzo e a cena ogni giorno dell'anno; oggi per venire incontro a questa clientela, al numero 13 di via Benedetta, c'è un'altra porta aperta per gli appassionati di buon cibo e buona compagnia: l'Osteria di Checco Er Carettiere.

DOVE SI TROVA


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